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Intervista a Humana People To People: second hand, upcycling e sostenibilità sociale

A livello globale, l'industria della moda è responsabile della produzione di circa 40 milioni di tonnellate di rifiuti tessili ogni anno, la maggior parte delle quali viene conferita in discarica o incenerita.

Il problema della gestione del fine vita dei prodotti tessili sta diventando sempre più rilevante. A tal proposito le aziende dovranno adeguarsi ai recenti interventi delineati a livello comunitario, come la “EU strategy for sustainable and circular textiles” pubblicata dalla Commissione Europea.

La strategia prevede che, entro il 2030, i prodotti tessili immessi sul mercato europeo dovranno essere longevi e riciclabili, realizzati prevalentemente con fibre riciclate, privi di sostanze chimiche pericolose e prodotti nel rispetto dei diritti sociali e ambientali, al fine di migliorare la sostenibilità del settore tessile e moda e ridurre al minimo l'incenerimento e lo smaltimento in discarica dei tessuti.

Considerando quanto stabilito dalla strategia, in che modo il second hand contribuisce a ridurre gli impatti ambientali del settore moda e quali sono i benefici che le azioni di sostenibilità sociali offrono alle aziende?
Ne abbiamo parlato con Alfio Fontana, Corporate Partnership & CSR Manager per Humana People to People, un’organizzazione umanitaria di cooperazione internazionale che promuove la cultura della solidarietà e dello sviluppo sostenibile tramite la raccolta, la vendita e la donazione di abiti usati.

Ascolta il podcast

Cikis: Il second hand è fondamentale per la circolarità dal momento che consente di estendere la vita utile dei capi, evitando lo smaltimento in discarica e l’incenerimento dei rifiuti. Humana è da sempre impegnata nella raccolta di abiti usati per riutilizzarli o riciclarli. Com’è articolata la vostra filiera e dove e a chi sono donati / venduti i capi raccolti?

 

Alfio: Il secondo hand e il riuso sono fondamentali per un modello economico circolare. Noi ci occupiamo di raccolta abiti usati e nel farlo seguiamo l’intera filiera. Dunque non lavoriamo solo nella fase di raccolta, ma anche nella selezione, distribuzione e commercializzazione dei capi usati. 

Nel 2021 abbiamo raccolto in Italia oltre 21 milioni di abiti che i cittadini ci donano inserendoli nei nostri contenitori stradali (oltre 5000 collocati in 42 province).

Una volta raccolti, i vestiti vengono spediti verso i nostri impianti di Pregnana Milanese, Brescia, Rovigo, Teramo e Torino. Tra questi l’impianto di Pregnana Milanese svolge l’attività di smistamento degli abiti raccolti.

Il 67,5% di ciò che smistiamo è indirizzato al riutilizzo mentre il 25,5% è destinato al riciclo e il 7% è destinato al recupero energetico.

Dunque, nella fase di smistamento, viene individuata per ogni abito la migliore opzione di valorizzazione possibile.

I vestiti estivi vengono donati alle nostre consociate in Africa per sostenere i progetti umanitari attivi localmente. Gli abiti, una volta arrivati a destinazione, non sono donati ai cittadini (se non in casi di emergenza) ma vengono venduti a prezzi ridotti per finanziare i progetti sociali attivi.

I vestiti invernali vengono invece venduti negli oltre 500 negozi solidali di Humana in Europa per massimizzare il valore di ogni capo che il cittadino aveva donato.

La nostra filiera ha ottenuto nel 2017 l’asseverazione da parte di un ente terzo di certificazione in merito alla carta di impegni ESET (Filiera Etica Solidale Ecologica e Trasparente).

Nel 2021 la raccolta abiti della Federazione Humana People To People nel mondo, ha permesso di evitare emissioni, attribuibili al loro smaltimento, pari a oltre 800.000 tonnellate di anidride carbonica. Nello specifico, in Italia, la nostra raccolta ha consentito di evitare le emissioni di oltre 130 milioni di chili di anidride carbonica. 

Per quanto riguarda l’acqua, lo spreco evitato grazie al recupero di abiti usati in Italia corrisponde a oltre 128 miliardi di litri d’acqua (acqua necessaria per riempire oltre 51.000 piscine olimpioniche).

La raccolta degli abiti usati si traduce, quindi, in un’importante azione di tutela ambientale.

Cikis: Humana non si limita a progetti di raccolta e riutilizzo. Dal 2016, infatti, è stata attivata una partnership con la Cooperativa Sociale Occhio del Riciclone nel campo dell’upcycling. Ci racconti come funziona la collaborazione a livello pratico e quali sono i risultati ottenuti dalle attività di upcycling?
 

Alfio: Occhio di Riciclone è una cooperativa sociale ONLUS di tipo B che nasce nel 2005 all’interno del progetto di diffusione della pratica del riutilizzo e, dal 2016, è entrata a far parte del network di Humana People To People Italia. 

L’obiettivo è quello di fare impresa sociale e etica attraverso il riutilizzo dei materiali di recupero.

Nasce così “Belt bag” un marchio di borse e accessori moda ecosostenibili in upcycling. 

I materiali, molto spesso donati dai brand di moda, impiegati per produrre le borse Belt bag sarebbero stati destinati a diventare scarto di produzione. 

I tessuti sono abbinati spesso alle cinture di sicurezza delle automobili recuperate dai demolitori, da qui il nome Belt bag.

Queste produzioni etiche e sostenibili spesso diventano gadget e merchandising per i nostri partner nel momento in cui decidono di investire in progetti di sostenibilità.

Cikis: Lo sviluppo sostenibile non prevede solo azioni che considerano gli aspetti ambientali, ma anche gli aspetti sociali. A tal proposito avete creato diversi progetti di cooperazione internazionale relativi alla sostenibilità sociale, come, ad esempio, il Programma SCA che ha l’obiettivo di contrastare l’elevato tasso di malnutrizione infantile. Ci racconti nel dettaglio in cosa consiste?


Alfio: Un modello di produzione e consumo sostenibile deve contemplare non solo il rispetto del pianeta ma deve passare anche dalla valutazione degli impatti sociali.

Grazie agli utili che derivano dalle nostre attività noi sosteniamo diversi progetti di cooperazione internazionale di media-lunga durata nel mondo e progetti socio-ambientali in Italia.

Gli ambiti di intervento in cui operiamo sono 4:

  • Istruzione e Formazione;
  • Aiuto all’infanzia e sviluppo comunitario;
  • Prevenzione e lotta contro malattie come AIDS, HIV, malaria, tubercolosi;
  • Agricoltura Sostenibile e Sicurezza Alimentare 

Uno dei programmi che seguiamo all’interno di queste aree è il Programma SCA (Screening Cura e Alimentazione) implementato in Malawi. 

Il programma prevede misure per contrastare la malnutrizione nei bambini da o a 2 anni e delle loro mamme. 

Tra le cause della malnutrizione, oltre alla carenza e alla scarsa qualità del cibo, rientrano anche le cattive abitudini alimentari e le non conosciute pratiche nutrizionali.

L’intervento, dunque, si basa in primis sullo screening per diagnosticare in modo precoce lo stato di malnutrizione, successivamente si procede con il monitoraggio dello stato di nutrizione dei bambini in cura e infine, ai bambini affetti da malnutrizione, viene somministrata una pappa ad alto valore energetico e nutrizionale.

Inoltre, il programma prevede un’attività anche per le mamme incinta o in allattamento alle quali vengono fornite corrette indicazioni sull’importanza di un’alimentazione equilibrata.

Il progetto ha coinvolto oltre 3300 bambini sotto i 2 anni e sono stati formati 98 gruppi di cura composti da quasi 4000 mamme.

Cikis: Humana ha creato una partnership con diverse aziende con l’obiettivo di supportare la loro strategia di Corporate Social Responsibility. In particolare le campagne take-back sono tra le attività di CSR di maggior successo che Humana propone alle aziende del fashion system. Come si articolano queste collaborazioni? 
 

Alfio: Le campagne di take-back sono tra le attività di CSR che noi di Humana proponiamo ai nostri partner. 

Le aziende del settore moda ospitano all’interno dei loro negozi, per un periodo concordato, dei contenitori temporanei in cartone per la raccolta degli abiti usati. 

Al posizionamento del contenitore all’interno del negozio segue una campagna di comunicazione congiunta tra noi e il partner online e offline per informare il cliente dell’avvio della partnership e degli impatti ambientali e sociali conseguenti all’iniziativa. 

Cikis: Di recente la Commissione Europea ha presentato la “EU Strategy for Sustainable and Circular Textiles” con l’obiettivo di delineare un percorso verso una maggiore sostenibilità e circolarità del settore moda. In particolare, tra le misure calendarizzate vi sono quelle volte a scoraggiare la distruzione di prodotti resi o invenduti ed estendere le norme in materia di responsabilità estesa del produttore al settore tessile. Considerato l’impatto che tali misure avranno sul settore, prevedete un aumento delle richieste di collaborazione per campagne “take-back”? Pensate di estendere il servizio di raccolta di abiti usati destinati a donazioni e resale anche alle aziende, per permettere loro di gestire l’invenduto e i resi, oltre che ai privati come attualmente fate? 


Alfio: Noi non escludiamo che le iniziative di take-back possano essere replicate e ulteriormente migliorate per diventare sistemiche all’interno di un modello di produzione e consumo che coinvolga l’intera filiera.

Non escludiamo l’estensione di un modello simile per il comparto di prodotti pre-consumo che sono stati invenduti o che sono stati resi o mai utilizzati. 

Cikis: Considerate le richieste di compliance normativa e la crescente attenzione del mercato, molte aziende si stanno muovendo per implementare processi di riciclo e rivendita. Molti sono i fattori critici di successo nell’introduzione di tali modelli di business, tra cui la creazione di un sistema logistico circolare e la definizione di un’efficace strategia di comunicazione. Che consigli ti sentiresti di dare alle aziende che intraprendono tale percorso? 


Alfio: Come dicevamo prima l’UE con la “EU strategy for sustainable and circular textiles” ha indicato alcune azioni e strade percorribili. Una di queste è l’EPR (Responsabilità Estesa del Produttore) per ridurre gli impatti ambientali negativi del settore tessile e per rendere il produttore direttamente responsabile a livello economico e organizzativo del fine vita di ogni bene prodotto. 

Secondo me l’EPR dovrà garantire che l’intera filiera venga coinvolta e che promuova una adeguata gestione dei flussi. 

Il flusso dovrebbe essere unico dal momento che il cittadino percepisce come flusso unico abbigliamento, scarpe e accessori e oggettistica. Di conseguenza separare i flussi potrebbe creare confusione.

Altra cosa importante è la collaborazione reale di tutti gli attori della filiera. Fare concretamente rete serve ad avere una visione completa del sistema analizzandone criticità e opportunità e la partecipazione delle imprese è fondamentale. 

Vi è poi una strategia comunicativa rispetto a queste tematiche. 

Sarà fondamentale che le aziende comunichino in modo trasparente i loro processi di produzione, ma anche le loro policy di EPR per far sì che i consumatori diventino sempre di più soggetti consapevoli e informati. 

Conclusioni

 

Il second-hand rappresenta una valida soluzione per mitigare gli impatti ambientali del settore moda, dal momento che consente di estendere la vita utile dei capi d’abbigliamento, limitando il loro conferimento in discarica o il loro incenerimento.

Durante l’intervista, inoltre, è stata sottolineata l’importanza della CSR e di una comunicazione di sostenibilità il più possibile trasparente per rendere i consumatori più consapevoli e informati. 

Cikis può aiutarti a definire una strategia di sostenibilità ad hoc, comunicando in modo corretto le pratiche implementate in azienda, al fine di valorizzarle al meglio.

Vuoi scoprire qual è la strategia di sostenibilità più adatta per la tua azienda?

Francesca Poratelli
Per analizzare il tuo grado di sostenibilità

Dopo un’esperienza lavorativa in Yamamay ha deciso di specializzarsi nel campo della sostenibilità. Si è occupata di assessment di sostenibilità ambientale e sociale per aziende che spaziano dall’abbigliamento outdoor al merchandising tessile.

Avviare la trasformazione sostenibile non è solo un atto di responsabilità, ma è prima ancora un'azione necessaria per non diventare obsoleti.

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