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Intervista a Orange Fiber: economia circolare e simbiosi industriale per una moda più sostenibile

L’economia circolare è un framework di soluzioni di sistema che affronta sfide globali come il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità, i rifiuti e l'inquinamento.

La transizione verso un'economia circolare comporta il disaccoppiamento dell'attività economica dal consumo di risorse limitate. Ciò rappresenta un cambiamento sistemico che crea resilienza a lungo termine, genera opportunità commerciali ed economiche e offre vantaggi ambientali e sociali.

Il modello economico circolare rappresenta uno strumento valido ed efficace per poter mitigare gli impatti ambientali dell’industria del fashion.

Uno dei principali strumenti a supporto dell’economia circolare è la simbiosi industriale. 

La simbiosi industriale prevede la creazione di un network che coinvolge imprese operanti in settori simili o differenti tra loro, in cui le aziende si scambiano costantemente sottoprodotti, energia, acqua, materiali, conoscenza e informazioni, con l’obiettivo di ridurre l’impatto ambientale delle attività aziendali migliorando allo stesso tempo i profitti.

I sottoprodotti, infatti, secondo una prospettiva di economia lineare rappresentano un costo per l’azienda in quanto devono essere smaltiti. Al contrario, in una rete di simbiosi industriale i sottoprodotti sono ceduti ad altre aziende che possono utilizzarli come nuovi input. 

Dunque si assiste a un duplice vantaggio economico: non solo si evita il costo di smaltimento del sottoprodotto, ma si ottiene anche un ricavo dalla cessione dello scarto all’azienda utilizzatrice.

Nonostante i vantaggi economici e ambientali che la simbiosi industriale può garantire, esistono diverse barriere che ne ostacolano lo sviluppo nel settore moda e non solo.

Quali sono, nel dettaglio, i benefici della simbiosi industriale per le aziende che operano nel settore moda e quali sono le barriere che ne limitano lo sviluppo?

Ne abbiamo parlato insieme a Enrica Arena, CEO e CO-FOUNDER di Orange Fiber, azienda Italiana che produce tessuti a partire dai sottoprodotti degli agrumi.

Ascolta l’intervista

Cikis: Il progetto di Orange Fiber si fonda su uno dei principali strumenti dell’economia circolare, ovvero la simbiosi industriale. Attraverso la simbiosi i sottoprodotti di un’azienda diventano nuove risorse per una o più realtà differenti. Nel vostro caso tali scarti corrispondono ai sottoprodotti dell’industria agrumicola. Ci racconti com’è nata l’idea di fondare l’intero modello di business di Orange Fiber sull’economia circolare? E perché avete deciso di puntare sugli scarti degli agrumi?


E: Orange Fiber nasce dalla voglia di riutilizzare gli agrumi e di trovare una nuova vita al sottoprodotto dell’industria agrumaria. 

Dopo aver parlato con le aziende che producono succhi abbiamo scoperto che diverse imprese del territorio erano finite in controversie legale a causa del mancato smaltimento dei sottoprodotti.

Per questi motivi abbiamo intrapreso un’attività di ricerca & sviluppo con l’obiettivo di valutare il possibile utilizzo dell’arancia come materia prima all’interno dei processi di produzione di fibre tessili, con l’idea di produrre materiali che possano a fine vita essere in qualche modo riparati o riutilizzati o che non siano dannosi per l’ambiente.

Cikis: Orange Fiber produce tessuti a partire dai sottoprodotti dell'industria agrumicola attraverso un innovativo processo brevettato nel 2014. Puoi raccontarci come si articola il vostro processo produttivo dall’estrazione della cellulosa fino alle operazioni di tessitura?


E: Il nostro impianto è collocato all’interno di un’azienda che si occupa di spremitura, dalla quale riceviamo il pastazzo, ovvero lo scarto di agrume, o tal quale (in umido) o essiccato in serra. 

Questo pastazzo passa per il nostro processo brevettato che è composto da 2 fasi principali:

  • Separazione della cellulosa da altri contenuti differenti del pastazzo (oli, acqua, ecc);
  • Ottimizzazione e purificazione della cellulosa per essere successivamente trasformata in fibra tessile.

Il passaggio in fibra avviene in Austria grazie alla partnership con il gruppo Lenzing, mediante un processo di filatura per liquidi ionici.

Dunque, la fibra che deriva da tale trasformazione è una fibra lyocell che contiene cellulosa d’arancia proveniente dal nostro processo e cellulosa da legno proveniente da foreste certificate. 

Una volta creata la fibra in Austria, la riportiamo in Italia dove viene trasformata in filato.

Cikis: Quali sono le proprietà e le caratteristiche del vostro tessuto? 


E: La nostra fibra si inserisce da un punto di vista merceologico nella categoria delle fibre artificiali che partono da materie prime naturali e attraverso processi di sintesi diventano fibre. 

Di solito le fibre artificiali hanno tutte come materiale di partenza la cellulosa, in particolare la cellulosa di legno. 

Nel caso del lyocell e della filatura a liquidi ionici l’aspetto più interessante è che la maggior parte del solvente viene riciclato durante il processo, minimizzando gli impatti ambientali da questo punto di vista. 

Il nostro lyocell è una fibra discontinua; quindi si presenta come un fiocco cotoniero e durante la filatura può essere utilizzato da solo o in mischia. 

Lo stesso  è vero per la viscosa discontinua e non può essere applicato nel caso dell’acetato o nel caso della viscosa a bava continua che possono essere miscelati solo mediante meccanismi di torcitura. 

Cikis: Il processo di produzione della viscosa può essere ad alto impatto a seconda delle sostanze chimiche utilizzate e della loro gestione. Ci racconti quali sono le fasi a maggior rischio e come i rischi possono essere gestiti? Quali benefici ambientali ha portato la collaborazione con Lenzing a Orange Fiber?


E: Secondo me il rischio più grande in generale in questi processi è legato alla normativa e quindi al contesto di norme sulla gestione dei solventi del Paese in cui avviene la lavorazione. 

Dunque, il rischio principale è la presenza di contesti normativi differenti che potrebbe comportare impatti ambientali rilevanti derivanti dalla cattiva gestione dei solventi. 

Per evitare tali problematiche ci siamo affidati al nostro partner Lenzing. Abbiamo scelto tale realtà dopo aver valutato la trasparenza dei suoi processi produttivi e l’impegno concreto dell’azienda verso le tematiche di sostenibilità ambientale.

Cikis: All’aumentare della vostra scala e quindi delle possibilità di investimento, potranno essere introdotte innovazioni anche relativamente al processo di estrazione della cellulosa?

 

E: Assolutamente sì. In questo momento siamo sotto esame da due diversi enti che si occupano di Life Cycle Assessment. 

Uno più in generale sulla filiera (dalla cellulosa al tessuto) e uno sull’estrazione della cellulosa, perché in questa fase per noi è fondamentale capire come ci posizioniamo in modo comparato rispetto ai processi tradizionali e andare a testare tutte le possibili ottimizzazioni prima di investire ulteriormente in capacità produttiva.


Cikis: Passiamo ora al tema della simbiosi industriale. Per poter rendere possibile la simbiosi industriale è necessario instaurare una collaborazione duratura e solida con gli attori coinvolti, in questo caso aziende che operano nell’industria agrumicola. Per rendere possibile ciò tutte le parti aderenti alla rete di simbiosi devono ottenere dei benefici economici. A tal proposito quali sono i vantaggi economici per le aziende che collaborano con la vostra realtà?


E: Il vantaggio economico principale è il mancato smaltimento del pastazzo. 

Il vantaggio economico che siamo riusciti a costruire insieme, grazie all’insediamento dei nostri macchinari presso i loro impianti, è il riconoscimento di un importo economico per la lavorazione del pastazzo soprattutto nelle parti preliminari, per alleggerirli del costo di smaltimento ma anche per riconoscere loro il valore delle lavorazioni effettuate presso il loro impianto. 

Inoltre, l’azienda per cui collaboriamo ha appena fatto un grandissimo investimento in un impianto di purificazione delle acque che sarà operativo entro fine anno, che ci permetterà di recuperare oltre il 60% delle acque del nostro processo. 

Ciò diminuirà i nostri costi di produzione aumentando il loro guadagno dalla nostra collaborazione. 


Cikis: In generale, ma in particolare nel settore moda, sono ancora pochi i casi di simbiosi industriale nel nostro Paese. Quali sono, secondo te, le problematiche che ne ostacolano lo sviluppo? Si tratta di barriere normative oppure culturali e tecnologiche? 

 

E: Sicuramente una delle più grandi barriere è quella di mettere a fattor comune gli impianti produttivi. 

Il nostro progetto ha previsto l’acquisto e il successivo inserimento di un nuovo impianto all’interno di un sito produttivo esistente e che aveva uno spazio disponibile per noi. Tuttavia, una collaborazione di questo tipo non si instaura frequentemente tra le aziende del settore moda: ad esempio, la creazione dei distretti è stato sicuramente un tentativo di instaurare sinergie industriali tra le imprese ma, in questo contesto, ciascuna azienda opera nel distretto impiegando il proprio impianto, senza metterlo a fattor comune.


Cikis: Hai qualche consiglio da fornire alle aziende che sono interessante ad approfondire il tema della simbiosi industriale?

 

E: Dipende da dove ci posizioniamo all’interno della filiera, nel senso che sono diverse le filiere che hanno problemi di scarti. 

Quello che va valutato è la propensione delle aziende all’investimento. 

Spesso ci si aspetta dalla start-up che trovi una soluzione immediata per un sottoprodotto differente senza investire nella fase di ricerca e sviluppo, che è invece fondamentale. 

Ci capita spesso di ricevere richieste da parte di altre aziende che vorrebbero provare a riutilizzare i loro scarti vegetali, ma per farlo sono necessarie risorse umane e finanziarie rilevanti per comprendere la fattibilità del progetto. Nel nostro caso il processo è durato circa 8 anni di investimenti e ricerche. I nostri sforzi ci permetteranno di aiutare le aziende a ridurre i tempi delle attività di ricerca & sviluppo ma non è semplice creare una nuova fibra dallo scarto vegetale e per questo motivo le aspettative dell’open innovation dovrebbero essere cambiate.

Penso al caso Renewcell in Svezia, che è riuscita a riadattare un impianto di estrazione di cellulosa nel settore cartario al settore tessile partendo dallo scarto tessile cotoniero e hanno creato intorno a ciò una filiera: l’azienda ha investito più di 10 anni in ricerca e sviluppo e coinvolto il settore pubblico e privato, includendo anche attori del retail che raramente investono così indietro nella filiera.Dunque simili investimenti sono possibili solo con un forte supporto del settore pubblico e privato.

Cikis: Ritieni che ci saranno supporti adeguati alla circolarità a livello europeo e italiano?


E: Quello che si legge è che nel PNRR ci sono diverse risorse dedicate proprio alla transizione ecologica e all’innovazione sostenibile. 

Quindi dal punto di vista formale ci saranno risorse a disposizione a livello europeo.

Per quanto riguarda il nostro Paese è necessaria una maggiore decisione per supportare soluzioni sostenibili e circolari nel settore tessile e moda, con una maggior presa in carico del rischio dell’open innovation da parte della filiera.

Conclusioni

 

All’interno di una rete di simbiosi industriale le imprese collaborano tra loro scambiandosi sottoprodotti e flussi di materiali ed energia, con l’obiettivo di ridurre gli impatti ambientali dei loro processi e di migliorare la performance economica aziendale.

Il beneficio economico per un’azienda che cede lo scarto corrisponde al costo di smaltimento evitato che, al contrario, si traduce in nuovo ricavo. 

Nel caso del settore moda, gli esempi di simbiosi industriale non sono numerosi. Per capovolgere la situazione è importante un impegno congiunto tra le aziende che andranno a comporre il network, oltre che un interesse reale della filiera a investire in risorse umane e finanziarie per supportare le attività di ricerca e sviluppo, al fine di incentivare la transizione del settore tessile e moda verso una maggiore circolarità e sostenibilità.

 

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Francesca Poratelli
Per analizzare il tuo grado di sostenibilità

Dopo un’esperienza lavorativa in Yamamay ha deciso di specializzarsi nel campo della sostenibilità. Si è occupata di assessment di sostenibilità ambientale e sociale per aziende che spaziano dall’abbigliamento outdoor al merchandising tessile.

Avviare la trasformazione sostenibile non è solo un atto di responsabilità, ma è prima ancora un'azione necessaria per non diventare obsoleti.

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