Digital Product Passport (DPP): cos’è, requisiti ESPR e il vero vantaggio competitivo
Con l’entrata in vigore del Regolamento (UE) 2024/1781, noto come Ecodesign for Sustainable Products Regulation (ESPR), l’Unione Europea ha ridefinito le regole di accesso al mercato per la quasi totalità dei prodotti fisici. Il regolamento supera la precedente Direttiva Ecodesign, limitata ai prodotti connessi all’energia, e introduce requisiti di durabilità, riparabilità, riciclabilità e impronta ambientale che verranno declinati settore per settore attraverso atti delegati. Il primo Working Plan 2025–2030, adottato dalla Commissione ad aprile 2025, ha individuato le categorie prioritarie: tessile e abbigliamento, mobili e materassi, pneumatici, ferro e acciaio, alluminio e prodotti connessi all’energia.
Lo strumento cardine di questa architettura è il Digital Product Passport (DPP): un registro digitale, univocamente associato al singolo prodotto, che ne raccoglie le informazioni di composizione, origine, performance ambientale e fine vita, rendendole accessibili a consumatori, operatori economici e autorità di vigilanza. Per il mercato B2B il cambiamento è strutturale: la pubblicazione di dati ambientali di prodotto smette di essere un esercizio volontario di comunicazione e diventa un requisito documentale per vendere in Europa. Le aziende — in particolare i marchi e di conseguenza i loro fornitori — dovranno essere in grado di dimostrare, con dati verificabili, ciò che oggi dichiarano nei materiali commerciali. Chi arriva impreparato a questa transizione non rischia solo una sanzione: rischia l’esclusione dalle catene di fornitura dei clienti che quella documentazione dovranno esigerla contrattualmente.
Oltre il QR Code: la vera sfida del Passaporto Digitale dei Prodotti

Nel dibattito pubblico il DPP viene spesso ridotto alla sua interfaccia più visibile: un QR code o un data carrier sull’etichetta che, una volta scansionato, mostra la “carta d’identità” del prodotto. Questa lettura è fuorviante. La componente tecnologica, cioè generare un identificativo univoco, ospitare i dati su un sistema interoperabile e stampare un codice, è la parte più semplice e commoditizzata dell’intero progetto, e il mercato offre già decine di soluzioni software in grado di gestirla. La vera sfida è a monte, e ha due facce. La prima è di processo: il DPP impone alle aziende di sapere con precisione dove e come è stato realizzato ogni prodotto, con quali materiali e con quali impatti, e di poterlo dimostrare in modo continuativo, non una tantum. La seconda è di performance. Concettualmente, il DPP funzionerà come l’etichetta energetica degli elettrodomestici: i datapoint ambientali di ogni prodotto, dalla durabilità al contenuto riciclato all’impronta di carbonio, diventeranno pubblici e confrontabili, sintetizzati in classi e punteggi leggibili a colpo d’occhio. Chi non lavorerà per migliorarli si presenterà al mercato, di fatto, con una “classe G” visibile a clienti e concorrenti.
La governance del dato lungo la supply chain
La difficoltà non sta nel creare il passaporto, ma nell’alimentarlo. Un capo di abbigliamento medio attraversa sei, sette o più passaggi produttivi, spesso distribuiti su fornitori diversi, in Paesi diversi, con livelli di maturità digitale molto eterogenei. Popolare un DPP significa raccogliere dati tecnici affidabili: composizione fibrosa, origine dei materiali, sostanze chimiche impiegate, consumi energetici e idrici dei processi. E significa farlo non una volta sola, ma a ogni cambio di fornitore, di materiale o di processo, perché il passaporto deve riflettere il prodotto realmente immesso sul mercato, tipicamente con granularità a livello di lotto di produzione.
Questo richiede una vera governance del dato: procedure di raccolta standardizzate, criteri di validazione (chi verifica che il dato dichiarato dal fornitore sia corretto?), responsabilità interne definite e meccanismi di aggiornamento continuo. Per molte aziende manifatturiere si tratta di costruire da zero una capacità che oggi non esiste, e i tempi tecnici per farlo — audit dei fornitori, clausole contrattuali sul data sharing, sistemi di raccolta — si misurano in anni, non in mesi.
Dimostrare le performance, non solo comunicarle
Il secondo equivoco da sgomberare è la natura del documento. Il DPP non è uno strumento di marketing tradizionale: è un documento tecnico-normativo, soggetto a vigilanza di mercato, in cui ogni dichiarazione ambientale deve essere supportata da evidenze oggettive e misurabili. Dichiarare nel passaporto una percentuale di contenuto riciclato, una classe di durabilità o un’impronta di carbonio significa esporsi al controllo delle autorità competenti — con un quadro che si integra alla Direttiva Empowering Consumers sul contrasto al greenwashing. La logica si ribalta rispetto alla comunicazione volontaria: non si parte da ciò che si vuole raccontare, ma da ciò che si è in grado di provare con misurazioni, certificazioni e documentazione di filiera. Ogni claim non dimostrabile diventa un rischio legale, non un asset reputazionale.
Normativa e requisiti: quali dati saranno tracciati?
Il perimetro esatto dei dati richiesti sarà definito dagli atti delegati di ciascuna categoria di prodotto, ma il quadro tecnico si sta consolidando rapidamente grazie al lavoro del Joint Research Centre (JRC), il servizio scientifico della Commissione Europea incaricato degli studi preparatori. Le aziende che vogliono anticipare la compliance hanno oggi a disposizione documenti tecnici sufficientemente dettagliati per capire cosa dovranno misurare — e conviene analizzarli ora, mentre sono ancora aperti al contributo degli stakeholder.
I report del JRC: dalla 3a Milestone alla nuova Methodology
Due documenti, in particolare, definiscono lo stato dell’arte. Il primo è il working document della 3a milestone dello studio preparatorio sul tessile, pubblicato dal JRC a dicembre 2025: il testo tecnico più avanzato finora prodotto sui requisiti per abbigliamento e prodotti tessili, che introduce benchmark ambientali per categoria di prodotto, sistemi di punteggio per riparabilità e riciclabilità e ipotesi di soglie minime di contenuto riciclato.
Il secondo è il report “Methodology for defining data requirements for the Digital Product Passport under the ESPR framework” (JRC145830, marzo 2026), che stabilisce il metodo con cui la Commissione selezionerà i dati da includere in ogni DPP. La metodologia traduce gli obiettivi di policy in requisiti informativi attraverso una valutazione di valore, sforzo e fattibilità, e classifica i dati su tre livelli: essenziali (obbligatori, tra cui identificativi univoci, informazioni sul fabbricante e sostanze regolamentate), fortemente raccomandati (ad alto valore per la circolarità e già fattibili con le prassi industriali correnti) e volontari. È il documento di riferimento su cui verranno costruiti gli atti delegati delle diverse categorie di prodotto.
L’elenco degli indicatori: dai materiali alle sostanze chimiche
Incrociando l’articolo 7 dell’ESPR con i lavori preparatori del JRC, il set di parametri attesi nel DPP è ormai delineato con buona precisione:
- Identificazione e tracciabilità: identificativo univoco di prodotto (UPI), di operatore (UOI) e di impianto (UFI), con tracciabilità dei passaggi produttivi lungo la filiera;
- Composizione e origine dei materiali: composizione fibrosa o materica dettagliata, origine geografica delle materie prime, percentuale di contenuto riciclato pre- e post-consumo;
- Sostanze chimiche: presenza di sostanze estremamente preoccupanti (SVHC) e di sostanze che ostacolano la circolarità, con relative concentrazioni;
- Performance ambientali: impronta di carbonio e impronta ambientale di prodotto, tipicamente calcolate con metodologie life cycle (PEF/LCA);
- Durabilità e riparabilità: classi o punteggi di durabilità fisica, indice di riparabilità, disponibilità di ricambi e istruzioni di manutenzione;
- Fine vita: riciclabilità, istruzioni di disassemblaggio e indicazioni per il corretto smaltimento o riutilizzo.
Per il tessile, i dati dovranno essere garantiti con granularità almeno a livello di modello o lotto produttivo, a seconda del parametro. Nessuno di questi indicatori è ricavabile “a tavolino”: ciascuno presuppone dati primari raccolti presso i fornitori o misurazioni condotte con metodologie riconosciute.
Sfatiamo un mito: il DPP in sé non è un vantaggio competitivo

Buona parte della comunicazione oggi in circolazione — spesso firmata da vendor di piattaforme DPP — presenta il passaporto digitale come un’opportunità di differenziazione: “adotta il DPP prima dei concorrenti e conquista la fiducia del consumatore”. È una narrativa che merita una correzione pragmatica, soprattutto quando ci si rivolge a chi in azienda deve allocare budget e priorità. Un investimento va giudicato per il ritorno che genera, e il ritorno del DPP non sta dove viene solitamente promesso.
L’obbligo normativo appiattisce il mercato
Il punto è logico prima ancora che strategico: un requisito obbligatorio non può essere un elemento di differenziazione. Quando gli atti delegati entreranno in applicazione, ogni prodotto della categoria immesso sul mercato europeo dovrà avere il proprio passaporto digitale — quello del leader di mercato come quello dell’ultimo dei follower. Il semplice possesso del DPP dirà al cliente esattamente ciò che dice oggi la marcatura CE: che l’azienda rispetta la legge. Essere pronti prima degli altri offre al più un vantaggio transitorio di execution — meno affanno, meno costi di adeguamento dell’ultimo minuto — ma nel giro di pochi anni l’intero mercato sarà allineato e il passaporto, in sé, non sposterà una singola decisione d’acquisto.
Il vero vantaggio: prodotti ad alte performance ecologiche
Il vantaggio competitivo emergerà altrove: dentro il passaporto, non dal passaporto. Il DPP renderà confrontabili, per la prima volta e su base standardizzata, le performance ambientali dei prodotti concorrenti: impronta di carbonio, contenuto riciclato, durabilità, punteggio di riparabilità. In un mercato in cui questi dati diventano pubblici e omogenei, a vincere saranno le aziende in grado di esibire indicatori misurabilmente superiori a quelli dei competitor — e a perdere terreno saranno quelle i cui dati, una volta esposti, riveleranno performance mediocri. È un rovesciamento di prospettiva con una conseguenza operativa precisa: l’investimento prioritario non è la piattaforma che pubblica i dati, ma il lavoro industriale che li migliora — ecodesign, selezione dei materiali, efficienza dei processi, qualificazione dei fornitori. Il DPP è il tabellone dei risultati; la partita si gioca sul prodotto.
Come prepararsi alla compliance: i passi operativi per le aziende

Per il tessile l’atto delegato è atteso nel 2027, con obblighi effettivi previsti tra fine 2028 e inizio 2029, al termine del consueto periodo transitorio di almeno 18 mesi. Sembra un orizzonte lontano; non lo è. Costruire una base dati di filiera affidabile richiede tipicamente due o tre anni di lavoro, e le aziende che iniziano ora potranno distribuire l’investimento nel tempo invece di subirlo come emergenza. La preparazione al DPP va impostata come un progetto aziendale strutturato, con due cantieri principali.
Mappatura della filiera e misurazione oggettiva: LCA e test di prodotto
Il primo cantiere riguarda i dati primari. Il punto di partenza è la mappatura completa della filiera: identificare tutti gli attori a monte e avviare audit e questionari strutturati per qualificarne la capacità di fornire dati tecnici affidabili su composizione, origine, chimica di processo e consumi. Su questa base va innestata la misurazione, che richiede strumenti diversi per indicatori diversi. Il Life Cycle Assessment (LCA), condotto secondo gli standard ISO 14040/14044 o la metodologia PEF, è lo strumento di riferimento per quantificare impronta di carbonio e impatti ambientali di prodotto.
Ma è solo una parte del quadro: durabilità, riciclabilità, contenuto riciclato e sostanze chimiche non si misurano con l’LCA, e ciascuno di questi requisiti ha una propria logica di verifica e un proprio criterio di punteggio.
Il lavoro da impostare, accanto all’LCA, è quindi una mappatura di tutti i test e le verifiche già disponibili in azienda, per controllare che siano in linea con i requisiti attesi e stimare in anticipo quale punteggio, e quindi quale classe, otterrebbe ciascun prodotto. La logica cambia da requisito a requisito. La riciclabilità sarà espressa da un punteggio calcolato in base alla composizione e ad altri parametri di progettazione, come la mono-materialità o l’assenza di finiture che ostacolano il riciclo, secondo i criteri della 3a milestone dello studio preparatorio del JRC. La durabilità sarà valutata con test di laboratorio dedicati, anch’essi tradotti in un punteggio. Per il contenuto riciclato lo studio ipotizza una percentuale minima per tipologia di prodotto: un valore che l’azienda deve raggiungere e poi certificare. Per le sostanze chimiche non si tratta di un punteggio ma di conformità: occorre essere allineati alle normative di riferimento ed essere in grado di dimostrarlo con documentazione tracciabile a livello di lotto. Questa mappatura, oltre a preparare la compliance, restituisce all’azienda la mappa dei propri hotspot e dei gap da colmare: esattamente le informazioni necessarie per migliorare quegli indicatori che, come visto, costituiranno il vero terreno competitivo.
Adeguamento dei sistemi informativi aziendali
Il secondo cantiere è tecnologico-organizzativo. I dati di sostenibilità non possono vivere in fogli di calcolo scollegati: per garantire un DPP aggiornato e verificabile devono essere integrati nei sistemi informativi che già governano il prodotto — ERP e PLM in primis. Significa estendere le anagrafiche di materiali e fornitori con gli attributi ambientali, collegare i dati di sostenibilità ai lotti di produzione e predisporre flussi di aggiornamento automatici verso il sistema che alimenterà il passaporto, secondo gli standard di interoperabilità in corso di definizione. Un’integrazione ben progettata trasforma la compliance da attività manuale ricorrente a processo di sistema — riducendo costi, errori e rischi di non conformità.
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L’ESPR non premierà chi arriverà per primo al QR code, ma chi arriverà con i dati migliori. Prepararsi significa mappare la filiera, misurare le performance di prodotto con metodologie riconosciute e integrare queste informazioni nei processi aziendali — un percorso che richiede competenze normative, tecniche e di settore difficili da improvvisare internamente.
Cikis Studio affianca le aziende della moda in tutte le fasi di questo percorso: analisi di conformità rispetto ai requisiti ESPR in via di definizione, mappatura e audit della filiera, studi LCA sui prodotti e impostazione della governance dei dati necessaria ad alimentare il futuro Digital Product Passport, software DPP. Richiedi una consulenza tecnica e normativa per valutare il livello di preparazione della tua filiera e pianificare l’adeguamento dei tuoi prodotti ai requisiti europei — senza subire interruzioni di business.
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