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Tessuti naturali, artificiali e sintetici: in cosa differiscono?

Le fibre tessili utilizzate a livello industriale per la produzione di abbigliamento sono numerose e il progresso tecnologico ne fa aumentare il numero di anno in anno. La moltitudine di informazioni reperibili circa le loro caratteristiche e la velocità dell’evoluzione tecnica, può rendere difficile comprenderne le differenze, non solo da parte  dei consumatori, ma anche da parte delle aziende che si trovano ad affrontare scelte di produzione sostenibili.

Il presente articolo si propone di analizzare la classica distinzione tra fibre naturali e fibre sintetiche, illustrandone i pro e i contro e sfatando i falsi miti ed è indirizzato a tutte quelle aziende che, intraprendendo per la prima volta un percorso di sostenibilità, vogliono svolgere un’analisi dei materiali utilizzati nelle proprie collezioni, effettuando scelte consapevoli. 

Le caratteristiche delle fibre naturali, artificiali e sintetiche

 

Le fibre tessili si distinguono in fibre naturali, artificiali e sintetiche.

  • Fibre naturali: sono ricavate interamente da prodotti di origine vegetale (e.g. cotone, lino, canapa e juta) o animale (e.g. lana e seta) che, a seguito di lavorazioni meramente meccaniche, sono idonee alla produzione di filato. Sono le fibre più antiche, da sempre utilizzate e apprezzate per la flessibilità e la semplicità di filatura.
  • Fibre artificiali: come le fibre naturali, anche quelle artificiali derivano da materiale di origine naturale, da cellulosa o da proteine di origine vegetale. In questo caso, però, la produzione di filato avviene mediante trasformazione chimica (e.g. viscosa, acetato, rayon). Questa categoria è quella che ha avuto il maggior sviluppo nell'ultimo decennio, in cui la crescente richiesta di moda sostenibile e abbigliamento vegan ha spinto alla costante ricerca di nuove fibre ecologiche. Si è così assistito alla nascita di numerose fibre artificiali derivate da agrumi, latte, mais, vinaccia e da alberi come l’eucalipto e il faggio.
  • Fibre sintetiche: a differenza delle precedenti, le fibre sintetiche sono prodotte da sintesi chimica (c.d. polimerizzazione), utilizzando sottoprodotti del petrolio e materiali di origine minerale (e.g. nylon, poliestere, poliammide, acrilico). 

I tessuti sintetici: pro e contro 

 

A partire dagli anni ’60, le fibre sintetiche hanno avuto un enorme sviluppo e, ad oggi, si calcola che rappresentino complessivamente oltre i due terzi (il 69%) di tutte le fibre usate nel settore tessile. 

Numerose associazioni ambientaliste e di settore hanno denunciato gli impatti ambientali negativi determinati dall’uso smodato di tali materiali nell’industria della moda. Ecco le principali criticità di cui tener conto:

  • Fossil Fuel Based: come anticipato, le fibre sintetiche derivano dalla lavorazione di sottoprodotti del petrolio e l’utilizzo indiscriminato di fibre sintetiche è una delle principali cause degli impatti ambientali di cui il settore moda è ritenuto responsabile. Si calcola che la produzione di fibre sintetiche richieda infatti l'1,35% del consumo mondiale di petrolio (più del consumo annuo della Spagna), e che nel 2015 la produzione di poliestere sia stata responsabile dell’emissione di oltre 700 milioni di tonnellate di anidride carbonica. Numerose sono le Call to Action rivolte da associazioni ambientaliste e di settore alle principali case di moda affinchè si allineino agli obiettivi di decarbonizzazione definiti dalle istituzioni internazionali. Tra i principali interventi proposti vi è proprio la riduzione di fibre sintetiche provenienti da fonti non riciclate. 
  • Rifiuti: si calcola che negli ultimi 15 anni il numero di capi acquistati dai consumatori sia aumentato mediamente del 60%, crescita indirettamente proporzionale al numero di volte che ciascun indumento viene indossato. Gli articoli di abbigliamento, infatti, vengono buttati in media dopo sette/otto utilizzi, per poi finire in discarica, inceneritori o dispersi nell’ambiente. Questa elevata produzione di rifiuti risulta particolarmente dannosa quando si tratta di capi d’abbigliamento composti da fibre sintetiche: essi sono infatti realizzati con plastica non biodegradabile, che può sopravvivere in discarica per oltre 200 anni, rilasciando sostanze chimiche quali il metano e microfibre. 
  • Microplastiche: durante il lavaggio e l'uso le fibre sintetiche si frammentano in piccole particelle (c.d. microplastiche), invisibili ad occhio nudo, che si disperdono nell’ambiente. E’ stato stimato che circa mezzo milione di tonnellate di microfibre di plastica, rilasciate da tessuti sintetici, finiscono nell'oceano ogni anno, con gravi conseguenze per gli ecosistemi marini.   
  • Tossicità per la salute umana: L’Istituto Superiore di Sanità avverte che le microplastiche possono costituire un serio pericolo anche per la salute umana. Esse, infatti, possono entrare a contatto con il corpo umano attraverso l’inalazione di aria o l’ingestione di alimenti contaminati, causando seri problemi all’apparato respiratorio e digestivo. 

Gli effetti negativi causati dall’ampio e indiscriminato uso di fibre sintetiche nell’industria della moda sono oggetto, da tempo, di un acceso dibattito. Tuttavia, è importante considerare anche gli aspetti positivi: 

  • Versatilità e sviluppo industriale: come anticipato, le fibre sintetiche vengono prodotte mediante sintesi chimica, ossia mediante la creazione in laboratorio di monomeri che hanno come base di partenza petrolio o materiali di origine minerale. Nel processo di produzione, il monomero può essere dotato di qualsivoglia caratteristica, in funzione della specifica applicazione tessile a cui è destinato. Ad esempio, le fibre sintetiche sono molto idonee alla produzione di tessuti tecnici per l'abbigliamento sportivo, poiché dotate di resistenza, traspirabilità ed elasticità
  • Riciclo chimico: se vari dubbi sono stati sollevati sull’efficacia del processo meccanico di riciclo del PET e sulla sua effettiva sostenibilità (a cui, a seguire, in questo stesso articolo dedichiamo un paragrafo di approfondimento), le stesse obiezioni non valgono per il riciclo chimico del mylon. Tale processo, c.d. “depolimerizzazione”, permette di scomporre il materiale plastico nei suoi monomeri originali, indistinguibili dal poliestere vergine, mantenendo invariate tutte le qualità. Tale processo può essere ripetuto infinite volte sullo stesso materiale, utilizzando come base di partenza fibre tessili. A tal riguardo merita una menzione l’azienda italiana Econyl, titolare del brevetto di processo per il riciclo chimico del nylon, che permette la rigenerazione di numerosi rifiuti tra cui reti da pesca, moquette usate, oltre a plastica industriale. 

Fibre sintetiche riciclate: sono davvero più sostenibili?

 

Il riciclo di materiali plastici merita una menzione a parte, soprattutto per l'utilizzo massiccio che ve ne sta facendo la moda negli ultimi anni. Infatti la quota di mercato del poliestere riciclato ha raggiunto il 14% nel 2019 ed è in aumento.  

Sull’utilizzo di rPET per la produzione di capi d’abbigliamento sono state espresse opinioni contrastanti. 

Da una parte il poliestere riciclato (c.d. rPET) richiede meno risorse per essere prodotto rispetto al poliestere vergine, pur avendo qualità comparabili ad esso: secondo uno studio del 2017 dell'Ufficio Federale dell'Ambiente, il risparmio di energia è circa del 59% e il Waste and Resources Action Program stima che la produzione di rPET riduca le emissioni di anidride carbonica del 32% rispetto al normale poliestere. 

Dall’altra, però, l’rPET attualmente utilizzato nel settore tessile proviene da processi di riciclo meccanico, attraverso cui il PET vergine viene trasformato in trucioli che sono poi reimmessi nel tradizionale processo di produzione della fibra. Nel corso del procedimento, tuttavia, la qualità della fibra si riduce: ciò implica che l’rPET debba essere mescolato con fibre vergini per il raggiungimento di sufficienti standard qualitativi e inoltre che il processo di riciclo sullo stesso materiale non possa ripetersi all’infinito. Un capo in rPET finisce tendenzialmente in discarica.

Si tenga conto, poi, che il PET riciclato proviene da bottigliette e non da fibre tessili in disuso, con la conseguenza che la quantità di rifiuti tessili che finisce in discarica rimane estremamente elevata. Aziende come Patagonia stanno studiando soluzioni per il riciclo a partire da capi usati

I tessuti naturali sono sempre da preferire a quelli sintetici? 

 

Se numerose sono le criticità evidenziate in merito all’utilizzo di fibre sintetiche, non è però corretto ritenere che la produzione di fibre naturali non determini anch’essa impatti ambientali significativi.  

Le fibre naturali, per via dell'etimologia stessa della parola, vengono spesso associate al concetto di sostenibilità, ma l'analisi da svolgere è molto più complessa: deve tener conto di molteplici fattori relativi alla filiera produttiva che, soprattutto nel caso delle fibre naturali, è lunga e articolata. 

L'Higg Materials Sustainability Index (Higg MSI) di Sustainable Apparel Coalition (SAC), uno degli strumenti più affidabili per misurare e valutare l'impatto ambientale dei materiali, conferma l’importanza di svolgere una valutazione di sostenibilità completa e che consideri la modalità di gestione del processo di produzione; ad esempio, se l’indice di riscaldamento globale potenziale del tessuto in poliestere vergine è di 9.62 (contro gli 8.87 del tessuto in cotone vergine convenzionale), il tessuto in poliestere riciclato meccanicamente ha un indice di 7.12, il 19,7% in meno rispetto al tessuto in cotone. (Fonte: Punteggi dell’impatto potenziale sul riscaldamento globale, basati sui dati Higg MSI 3.2 presenti su Higg.org). Attenzione: questo non significa che bisogna preferire il poliestere riciclato al cotone convenzionale (i dati dell’Higg MSI sono tra l’altro piuttosto dibattuti e vanno quindi utilizzati con le dovute precauzioni); è piuttosto un’indicazione del fatto che ogni tipologia di materiale può avere un impatto molto diverso a seconda della sua filiera, ed è quindi possibile e auspicabile che ogni azienda minimizzi l’impatto ambientale dei materiali che utilizza facendo scelte ponderate.

Utilizzare tessuti naturali per produrre un capo di abbigliamento non è sempre la scelta più sostenibile. Tra gli aspetti negativi della produzione di fibre naturali vanno menzionati:

  • Sfruttamento agricolo: per garantire la massima resa dei terreni, nel processo di coltivazione vengono spesso utilizzati fertilizzanti chimici e insetticidi. Si stima che, per la coltivazione del cotone convenzionale, ad esempio, vengono utilizzati circa il 16% degli insetticidi mondiali e il 7% dei pesticidi. Tali sostanze comportano la riduzione di fertilità dei suoli e compromettono gravemente la biodiversità, oltre a comportare gravi problemi di salute agli agricoltori. Anche l’allevamento destinato alla produzione di lana cachemire comporta uno sfruttamento intensivo del terreno: secondo dati recenti del governo della Mongolia, che insieme alla Cina produce il 90% del cashmere utilizzato in tutto il mondo, circa il 60% dei pascoli si è inaridito, con ampie zone trasformate in deserto. 
  • Elevata impronta idrica: i consumi idrici della coltivazione del cotone sono molto discussi, ma bisogna ricordare che il discorso è completamente diverso se si utilizza irrigazione artificiale o acqua piovana; per avere controllo su questo elemento bisognerebbe quindi conoscere la propria filiera per assicurare una gestione corretta delle risorse idriche, soprattutto se il cotone proviene, come spesso accade, da Paesi affetti da un grave stress idrico. 
  • Animal Cruelty: negli allevamenti di ovini destinati alla produzione di lana Merinos, viene spesso applicata la tecnica del Mulesing. Essa consiste nell’asportazione di parte dei tessuti posteriori, compresa molto spesso la coda, per far sì che i nuovi tessuti che si formano siano più lisci e che non siano presenti pieghe e insenature dove si possano insediare infezioni. Se è vero che le infezioni, quali la miasi, assai diffusa negli ovini, possono portare alla morte dell’animale, è anche vero che il Mulesing comporta ferite profonde e che le perdite di sangue talvolta possono risultare fatali e spesso si infettano, tornando, tra l’altro, al problema di partenza. La pratica del Mulesing è stata resa illegale in molti Paesi, ma è purtroppo ancora consentita in Australia, dove secondo l'associazione PETA, People for Ethical Treatment of Animals, si concentra il 25% della produzione mondiale di lana Merinos. 

Anche da un punto di vista sociale la coltivazione e l’allevamento destinati alla produzione di fibre naturali non è esente da critiche. I produttori devono affrontare sfide sociali ed economiche significative, di cui l'industria del tessile e della moda nel suo insieme deve essere ritenuta responsabile. Esse includono:

  • Lavoro forzato e sfruttamento minorile: le carenze legislative e la debolezza di sistemi di tutela in diversi Paesi produttori, comportano violazioni di diritti dei lavoratori e lo sfruttamento di manodopera minorile. Un esempio tra molti è quello denunciato nel 2021 dalla BBC, secondo cui centinaia di migliaia di musulmani Uiguri e altre minoranze etniche sono state costrette a lavori manuali non retribuiti nella regione cinese dello Xinjiang, da cui proviene il 20% della produzione mondiale di cotone. 
  • Problemi finanziari: l'insufficiente accesso al credito istituzionale nei Paesi produttori porta agricoltori e allevatori a indebitarsi, con tassi di interesse che raggiungono il 120% annuo, per l’acquisto degli strumenti e delle risorse necessarie allo svolgimento dell’attività (in particolare per l’acquisto di semi geneticamente modificati, spesso venduti a prezzi elevati). I maggiori rischi dovuti all'impatto del cambiamento climatico, inoltre, stanno aumentando ulteriormente l'onere economico dei produttori, unitamente anche alla fluttuazione dei prezzi e all’assenza di politiche internazionali di gestione della domanda-offerta. 

Vanno infine evidenziati i vantaggi dell'uso di fibre naturali, che spingono molte aziende a preferirle a quelle sintetiche: 

  • Biodegradabilità: provenendo da materie prima di origine vegetale o animale, le fibre naturali risultano biodegradabili, restando nell’ambiente per periodi di tempo assai ridotti rispetto alle fibre sintetiche. La lana, ad esempio, si biodegrada in tre o quattro mesi, se interrata e mantenuta in ideali condizioni termiche e di umidità. Durante il processo di degradazione, inoltre, essa rilascia nel terreno elementi essenziali come azoto, zolfo e magnesio, che possono essere assorbiti dalle piante e contribuire alla fertilità del terreno. Va evidenziato che il processo di biodegradazione può essere influenzato da trattamenti come la tintura e l’antipiega, che causano un aumento della resistenza iniziale del tessuto.
  • Riciclabilità: una volta sottoposte al processo di filatura, le fibre naturali possono essere reimmesse nel processo produttivo e riciclate con procedimenti che spesso compromettono in minima parte la qualità della fibra originaria. Ad esempio, il riciclo della lana è una tradizione del distretto pratese. Se il riciclo della lana è una tradizione, è più complesso trovare altri materiali riciclati come il cotone. 

Conclusioni

 

La breve disamina degli aspetti negativi e positivi di fibre sintetiche e naturali dimostra che le scelte di sostenibilità non sono univoche e non hanno un’unica soluzione. 

Se da una parte, infatti, il cotone convenzionale è oggetto di aspre critiche per i numerosi impatti ambientali che la sua produzione comporta, è anche vero che gli effetti negativi descritti possono essere temperati prediligendo altre fibre vegetali (quali, ad esempio, canapa e juta, che necessitano di quantità di acqua assai inferiori e risultano naturalmente resistenti a parassiti e insetti), oppure cotone riciclato, proveniente da agricoltura rigenerativa o biologica certificata (sull’argomento, in particolare, si veda l’articolo di Cikis Certificazione GOTS: cos’è e perché sceglierla).

Ugualmente, se l’uso sconsiderato di fibre sintetiche nell’industria della moda comporta gravi problemi da un punto di vista ambientale, è importante anche considerare che esse sono riciclabili e che il ricorso alla tecnica di depolimerizzazione può contribuire efficacemente alla riduzione della quantità di rifiuti che inquinano le risorse marine e terrestri. 

Cikis può aiutare le aziende a individuare la scelta migliore, attraverso un’attenta selezione dei materiali e la proposizione di strategie su misura delle esigenze aziendali. In questo modo l'impresa potrà raggiungere alti livelli di sostenibilità, beneficerà al massimo l'investimento effettuato ed eviterà di incorrere in rischi reputazionali.

 

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Francesca Poratelli
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Dopo un’esperienza lavorativa in Yamamay ha deciso di specializzarsi nel campo della sostenibilità. Si è occupata di assessment di sostenibilità ambientale e sociale per aziende che spaziano dall’abbigliamento outdoor al merchandising tessile.

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